Il Boca è nato nel barrio genovese ma ha adottato i colori della bandiera svedese per pura casualità. Ed allora sembra che questa identità diffusa, capricciosa si sia andata riempiendo di contenuto durante tutti questi anni. Oggi il Boca è tutt’altra cosa. All’inizio era tutto e niente. Era il blu che si affidava ad un’immensità tanto pericolosa quanto tentatrice. L’oro nel cielo che vigila su quell’abisso accecante. Mi sembra l’opera di un genio che alcuni lavoratori portuali abbiano diretto il proprio sguardo verso il fiume e che lo sguardo abbia incontrato una bandiera che sventolava in segno di sfida. E soprattutto che quella bandiera fosse fatta con i colori più inaspettati e gli ultimi che sarebbero venuti in mente se avessero affidato alla ragione il compito di cercare i colori del club di calcio più guerriero di Argentina. Sono passati gli anni. E i contenuti sociali, politici, istituzionali hanno riempito la borsa del club della Ribera. Oggi, per gli altri tifosi, curiosamente xenofobi – perché nelle loro fila non credo manchino gli immigrati - è il club dei boliviani e dei paraguayani. E’ mai stato realmente il club degli xeneizes autentici? Certo…ma lontano nel tempo. L’intensità politica del club, dello stemma, dei colori è arrivata in là con gli anni. Il Boca è il più politico, il più ideologico dei club. Almeno, il più classista ed ‘includente’. E la tifoseria non ignora certamente questo aspetto ed anzi, accetta ed accoglie alla grande il soprannome di bosteros. La lunga serie di successi, l’impatto dei colori diventati sacri, tutto ormai sostanzia l’identificazione pubblica. Sono però i colori che ben si intonano, insieme a volte con la “marca” sociale, con tutti coloro che decidono di entrare a far parte della grande famiglia boquense. In questo insieme di circostanze e di mito sono poi nate le definizioni di cosa significhi essere boquense.
Per esempio il Boca quasi mai è stato – e Diego Armando Maradona ha rappresentato la più importante delle eccezioni – una squadra spettacolare. E’ stato sempre una squadra di grande sacrificio, quando non una squadra dura. E’ un mito della tifoseria boquense il celebrare la forza, la lotta fino alla fine, il metterci le palle…insomma la sofferenza. Questo è anche un segnale politico. Propiziato dai colori. Il sacrificio e la sofferenza in qualche modo che danno la misura della passione della tifoseria. E la passione è sforzo ed il lavoro è una cultura che richiama l’origine, la fondazione, gli immigrati, il Riachuelo. Tuttavia sembra che qualsiasi cammino conduca al Boca e che il Boca sia un crocevia di percorsi, di miti e di immagini. E nel momento dei trionfi e delle disfatte, la sua canzone originaria diceva “azul y oro! azul y oro”!
Diciamo la verità….perché uno diventa tifoso di una squadra? Si può dire che per la maggior parte delle volte influisca l’eredità familiare. Sicuramente poco o nulla influisce la ragione politica. Ma all’origine dell’eredità cosa c’è? Di fatto, chi scrive queste righe è diventato tifoso del Boca perché mai mi era capitato di vedere due colori più belli per una squadra di calcio. Li vidi per la prima volta in un viottolo e mi accecarono…come capitò ai fondatori. E’ una stupidità? Sono belli o sono stridenti, questi colori? E poi, come può l’eredità familiare incidere nella decisione di un immigrato boliviano di unirsi alla famiglia del Boca? Nessuno può dire con certezza il motivo per il quale ci si senta tifoso di una squadra piuttosto che di un’altra. E’ un motivo che attiene alla sfera del sogno. “La metà più uno”. Questo è un altro argomento che conta. Siamo la maggioranza, si vanta la 12. Siamo il popolo ed il carnevale, canta la 12. Cioè, ancora una volta, la ragione di classe e la ragione estetico-politica. Si può controbattere: “non è questo populismo nella sua peggiore espressione?”. Ecco la contro voce: “No! Quel genere di fascismo-populismo richiede che la gente si sottometta ad un leader con amore ma qui la gente ama un’astrazione rappresentata da due colori ed ama l’astrazione che rappresenta sé stessa in una permanente autoglorificazione!”
Quando il Boca entra in campo alla Bombonera l’emozione è di quelle che nessuno può contemplare con indifferenza. Una cosa del genere accadeva Giulio Cesare entrava a Roma al suo ritorno dall’Egitto. Ma qui non c’è Cesare. C’è il Boca che entra in campo. C’è quello che si chiama Boca, ciò che noi siamo. Una sconfitta del Boca, la strada Brandsen piena di tifosi che strisciano ai suoi piedi, quest’aria di infinita tristezza è un flash, un segno storico di una battaglia persa: una frequente Waterloo, l’eternità smarrita e ritrovata ogni mezz’ora. E una volta di più….qui non si perde una partita o un impero…..siamo noi stessi ad aver perso.
Esiste anche la possibilità di considerare la passione boquense come una semplice follia calcistica, come un’esplosione incomprensibile e pure superficiale e senza alcun contenuto. Esiste questa possibilità. Tutto passa e tutto resta ed il nostro è un passaggio – disse il poeta. Se Cesare (si dice) in ogni apparizione pubblica si portava dietro qualcuno che gli ripeteva “ricorda Cesare che sei mortale”, il tifoso non ha bisogno che qualcuno glielo ricordi. Sente che la gloria del Boca – che è la sua stessa gloria – lo trascende. Non c’è nessuno più disinteressato del tifoso e il discorso vale per tutti i tifosi, anche di quelli delle altre squadre. Il tifoso sa che tutto è effimero e che l’oggetto della sua travolgente passione è un club di calcio. Sa che non c’è una guerra e che non avrà ricompense per le ferite causate dalla sua personale emozione. Nessuna ricompensa che non sia la gioia di vedere trionfare i suoi colori. Niente più che i colori di questa maglia. E niente più della gioia....[fine]
Per esempio il Boca quasi mai è stato – e Diego Armando Maradona ha rappresentato la più importante delle eccezioni – una squadra spettacolare. E’ stato sempre una squadra di grande sacrificio, quando non una squadra dura. E’ un mito della tifoseria boquense il celebrare la forza, la lotta fino alla fine, il metterci le palle…insomma la sofferenza. Questo è anche un segnale politico. Propiziato dai colori. Il sacrificio e la sofferenza in qualche modo che danno la misura della passione della tifoseria. E la passione è sforzo ed il lavoro è una cultura che richiama l’origine, la fondazione, gli immigrati, il Riachuelo. Tuttavia sembra che qualsiasi cammino conduca al Boca e che il Boca sia un crocevia di percorsi, di miti e di immagini. E nel momento dei trionfi e delle disfatte, la sua canzone originaria diceva “azul y oro! azul y oro”!
Diciamo la verità….perché uno diventa tifoso di una squadra? Si può dire che per la maggior parte delle volte influisca l’eredità familiare. Sicuramente poco o nulla influisce la ragione politica. Ma all’origine dell’eredità cosa c’è? Di fatto, chi scrive queste righe è diventato tifoso del Boca perché mai mi era capitato di vedere due colori più belli per una squadra di calcio. Li vidi per la prima volta in un viottolo e mi accecarono…come capitò ai fondatori. E’ una stupidità? Sono belli o sono stridenti, questi colori? E poi, come può l’eredità familiare incidere nella decisione di un immigrato boliviano di unirsi alla famiglia del Boca? Nessuno può dire con certezza il motivo per il quale ci si senta tifoso di una squadra piuttosto che di un’altra. E’ un motivo che attiene alla sfera del sogno. “La metà più uno”. Questo è un altro argomento che conta. Siamo la maggioranza, si vanta la 12. Siamo il popolo ed il carnevale, canta la 12. Cioè, ancora una volta, la ragione di classe e la ragione estetico-politica. Si può controbattere: “non è questo populismo nella sua peggiore espressione?”. Ecco la contro voce: “No! Quel genere di fascismo-populismo richiede che la gente si sottometta ad un leader con amore ma qui la gente ama un’astrazione rappresentata da due colori ed ama l’astrazione che rappresenta sé stessa in una permanente autoglorificazione!”
Quando il Boca entra in campo alla Bombonera l’emozione è di quelle che nessuno può contemplare con indifferenza. Una cosa del genere accadeva Giulio Cesare entrava a Roma al suo ritorno dall’Egitto. Ma qui non c’è Cesare. C’è il Boca che entra in campo. C’è quello che si chiama Boca, ciò che noi siamo. Una sconfitta del Boca, la strada Brandsen piena di tifosi che strisciano ai suoi piedi, quest’aria di infinita tristezza è un flash, un segno storico di una battaglia persa: una frequente Waterloo, l’eternità smarrita e ritrovata ogni mezz’ora. E una volta di più….qui non si perde una partita o un impero…..siamo noi stessi ad aver perso.
Esiste anche la possibilità di considerare la passione boquense come una semplice follia calcistica, come un’esplosione incomprensibile e pure superficiale e senza alcun contenuto. Esiste questa possibilità. Tutto passa e tutto resta ed il nostro è un passaggio – disse il poeta. Se Cesare (si dice) in ogni apparizione pubblica si portava dietro qualcuno che gli ripeteva “ricorda Cesare che sei mortale”, il tifoso non ha bisogno che qualcuno glielo ricordi. Sente che la gloria del Boca – che è la sua stessa gloria – lo trascende. Non c’è nessuno più disinteressato del tifoso e il discorso vale per tutti i tifosi, anche di quelli delle altre squadre. Il tifoso sa che tutto è effimero e che l’oggetto della sua travolgente passione è un club di calcio. Sa che non c’è una guerra e che non avrà ricompense per le ferite causate dalla sua personale emozione. Nessuna ricompensa che non sia la gioia di vedere trionfare i suoi colori. Niente più che i colori di questa maglia. E niente più della gioia....[fine]
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